Dalla neve di Puccini che lo incantò da bambino al feretro portato via tra petali di rose:
il mondo piange il re della moda.

La fine di un’epoca
Si è spento il 4 settembre, a 91 anni, per un’insufficienza epatica. Giorgio Armani, l’uomo che ha reinventato l’eleganza nel mondo, ha chiuso gli occhi in pace, circondato da chi lo ha assistito fino all’ultimo nella sua casa di via Borgonuovo a Milano. La camera ardente, sobria ed essenziale come lui, era stata allestita nella città che lo aveva adottato adolescente. Ma il commiato vero, quello più intimo, si è consumato ieri nel borgo di Rivalta, in provincia di Piacenza, lì dove tutto era cominciato.
Il funerale a Rivalta: un addio in famiglia
«Se n’è andato in pace e sereno. Ringraziando tutti quelli che lo hanno aiutato». Con queste parole, pronunciate con voce rotta dall’emozione, l’uomo che per trent’anni ha seguito Armani nella vita quotidiana ha dato voce agli ultimi istanti dello stilista. Non un parente, non un dirigente, ma il dipendente discreto che si occupava della sua cura personale: il custode silenzioso del privato più autentico.

Sessantadue le persone ammesse, scelte dalla famiglia. Alle 14.10 polizia e carabinieri hanno chiuso gli accessi al borgo medievale, scrigno del Trecento che Armani avrebbe voluto possedere ma che rimase nelle mani del conte-custode. Poco dopo, le auto scure hanno iniziato ad arrivare: la sorella Rosanna, il compagno e braccio destro Leo Dell’Orco, il nipote Andrea Camerana con la moglie Alexia e le figlie Margherita e Maria Vittoria, le nipoti Silvana e Roberta.
Poi i collaboratori storici: Paul Lucchesi, segretario fidato; Daniele Balestrazzi; Giuseppe Marsocci; Irving Bellotti; Michele Tacchella; Laura Tadini; Anouskha Borghesi; Benedetta Colombini; Luca Pastorelli; Luca Frezza. Con loro anche la modella Agnese Zogla, volto simbolo di tante campagne, e amici di sempre come Fabio Belotti, Daniela Morera, Massimo Brambati e Corinna Dentone. Non mancavano i medici e gli infermieri che lo avevano curato con dedizione, insieme al personale di casa e all’equipaggio del Main, la barca che amava.
Alle 14.45 il carro funebre blu, perfetto, arrivato da Milano e scortato da sette uomini in completo con guanti bianchi, ha imboccato la stradina verso la piccola chiesa di San Martino. I presenti hanno applaudito, persino i fotografi hanno abbassato le macchine per unirsi a quell’omaggio.

Una cerimonia sobria, come il suo stile
All’esterno fiori bianchi con la dedica: «Con tanto affetto, i tuoi dipendenti». Dentro, un allestimento discreto, elegante, coerente con la sua estetica. Don Giuseppe Busani, parroco di San Michele, ha guidato la funzione: «Una celebrazione sobria in tutti i suoi momenti. Commossa. Come ci aveva insegnato lui. Il suo stile era di una nobile semplicità».
Un quartetto ha intonato l’Ave Maria di Schubert, seguito da O sacrum convivium e infine il di Requiem di Verdi. La lettura è stata scelta con cura dal Vangelo di Giovanni, non è stata casuale ma ben ponderata: «Il Signore dice, vado a prepararvi un posto in cielo. E Tommaso che è sempre curioso gli dice: “Ma non sappiamo dove vai”. E Gesù gli risponde: “Venite con me, ci sono molti posti, una casa ospitale”».

Alle 15.45 il rintocco delle campane ha scandito il silenzio. Alle 16 il feretro è uscito tra profumo di incenso e petali di rose. Poi il viaggio verso Piacenza, dove Armani sarà cremato. Le sue ceneri riposeranno nella cappella di famiglia, accanto alla madre Maria e al fratello Sergio.
Dalle rive del Trebbia al mito del greige
Il borgo che lo ha salutato per l’ultima volta era lo stesso dove Armani bambino giocava sulle rive del Trebbia. Lì aveva imparato a vedere la bellezza nelle sfumature: il fango del fiume, le nebbie della pianura, i rosa delle albe. Tinte che avrebbero dato vita al “greige”, raffinata fusione di grigio e beige diventata la sua cifra estetica.
La sua carriera cominciò a Milano, alla Rinascente, dopo studi di medicina interrotti. L’incontro con Nino Cerruti fu decisivo. Nel 1975 fondò la sua casa di moda insieme a Sergio Galeotti, compagno di vita e d’avventura. Da lì, una rivoluzione che cambiò il modo di vestire le donne e gli uomini del mondo.

La giacca che rivoluzionò la moda
Nel 1976 presentò la prima sfilata femminile: la giacca destrutturata, leggera come un petalo, priva di imbottiture, capace di unire autorevolezza e sensualità. Diane Keaton la indossò agli Oscar, Richard Gere la rese immortale in American Gigolò. Nel 1982 Time lo consacrò uomo dell’anno.
Da allora, Armani è diventato un impero: Emporio Armani, Armani Casa, ristoranti, hotel. Nel 2000 il Guggenheim di New York gli dedicò una retrospettiva, riconoscendo la sua influenza oltre la moda.
Un’eredità silenziosa e potente
Per i dipendenti era “il signor Armani”, perfezionista capace di lavorare quattordici ore al giorno. Sempre fedele a sé stesso, vestiva in t-shirt blu o felpa di cachemire. Non amava l’e-commerce: «Un vestito va toccato, ascoltato nel fruscio», ripeteva. Negli ultimi anni aveva firmato anche le divise sportive, fino a quelle di Milano-Cortina 2026, la sua ultima apparizione pubblica.

Resistente al tempo, contemporaneo fino all’ultimo, Armani ha lasciato un mondo più elegante di come lo aveva trovato. Ieri, nella sua Rivalta, il silenzio della campagna ha accolto il suo addio. Sobrio, semplice, eterno. Come lo stile che ha regalato al mondo.
Articolo a cura di Barbara Guarini









