Dalla centralità della gemma alle pietre ornamentali, dal colore ai nuovi tagli, dal sertissage alla trasformabilità. Dopo aver seguito le presentazioni parigine di luglio, @Laura Astrologo Porché traccia una lettura trasversale delle nuove collezioni di Haute Joaillerie.
Vedere una collezione di Alta Gioielleria significa entrare per qualche ora nell’universo di una Maison. Vederne quasi tutte nell’arco di pochi giorni permette invece di metterle in relazione, facendo emergere affinità, divergenze e soprattutto differenti modi di intendere la preziosità.
Parigi, nel luglio 2026, non ha imposto un’unica direzione. Harry Winston, Cartier e David Morris continuano ad affidare alla gemma un ruolo centrale. Damiani parte dall’opera d’arte e cerca successivamente le pietre capaci di tradurne il linguaggio. Piaget mette in dialogo gemme preziose e pietre ornamentali. Chanel trasforma simboli e talismani in composizioni cromatiche. Boucheron utilizza una stessa forma per esplorare tecniche e materiali radicalmente differenti. Van Cleef & Arpels, Pomellato e Repossi fanno dell’incastonatura una componente espressiva, mentre Anna Hu, Serendipity e Cora Sheibani riportano l’attenzione sul taglio.
Parallelamente, il gioiello cambia attitudine: si trasforma, si scompone, si sovrappone, segue il movimento del corpo e si espande in nuovi campi, dai capelli alle unghie. Più che una stagione di tendenze, Parigi 2026 ha mostrato la crescente varietà dei modi in cui oggi può essere costruita l’eccezionalità.
Hai visto praticamente tutte le presentazioni di Alta Gioielleria di Parigi nel luglio 2026. Che cosa emerge osservandole una dopo l’altra?
Emergono processi creativi molto diversi.
Harry Winston resta fedele alla tradizione di grande gioielliere di gemme. Diamanti, rubini, smeraldi e zaffiri rimangono fondamentali, ma quest’anno una delle pietre più impressionanti era una tormalina Paraíba ovale di 29,09 carati. Qui il gioiello nasce chiaramente intorno alla pietra, alla sua dimensione, al colore e alla sua presenza.

Cartier segue una logica affine con Le Chœur des Pierres, lasciando che colore, forma e carattere della gemma orientino la composizione. David Morris porta questo principio sul terreno della ricerca: alcune suite vengono costruite nell’arco di anni per ottenere un equilibrio preciso di tonalità, saturazione e proporzioni.

Damiani, con Arte Maestra, capovolge invece il processo. Prima vengono Botticelli, Caravaggio, Monet, Hokusai, Klimt o Jeong Seon; successivamente vengono ricercate le gemme capaci di tradurne palette e atmosfera. Nella collana Impressioni d’Autunno, ispirata all’opera “A Leisurely Cat in Autumn” dell’artista coreano Jeong Seon, cabochon di corallo rosa, tsavoriti e diamanti brown ricostruiscono le tonalità del dipinto.

Sono percorsi opposti ma ugualmente legittimi: in un caso è la pietra a generare la creazione, nell’altro è l’idea a determinarne la materia.
Questa diversità ha modificato la tradizionale gerarchia delle gemme?
La grande pietra eccezionale resta uno dei fondamenti dell’Alta Gioielleria, ma non è più l’unico criterio attraverso cui leggere una creazione.
Piaget lo dimostra bene nel terzo e ultimo capitolo della collezione Colours of Extraleganza. Smeraldi, rubini, zaffiri e diamanti convivono con opali, madreperla, occhio di tigre, thulite e avventurina, scelti per la qualità della superficie e per il contributo cromatico che portano alla composizione.
Nel collier Blue Illusions uno zaffiro taglio cuscino del Madagascar, una tormalina Paraíba e un opale nero costruiscono insieme una progressione dal blu al verde. Nessuna delle tre pietre funziona in modo isolato: è il loro rapporto a dare forza al gioiello. Questa trilogia di gemme è esaltata da una miriade di zaffiri e tormaline baguette intervallati da diamanti tagliati in corso d’opera.

De Beers, con Talisman, continua invece a mettere in relazione diamanti grezzi e tagliati, valorizzando anche la forma naturale del cristallo.

Rarità e valore gemmologico restano centrali, ma oggi dialogano sempre più con provenienza, carattere, taglio, colore e coerenza compositiva.
Il colore era praticamente ovunque. Le Maison lo hanno utilizzato tutte allo stesso modo?
È proprio la funzione assegnata al colore a distinguere le collezioni.
Messika è particolarmente interessante perché viene da una cultura fortemente legata al diamante bianco. Dopo l’ingresso del colore nella collezione nel 2025, Terres de Contrastes lo integra ormai pienamente nell’identità della Maison. I paesaggi del Botswana vengono tradotti attraverso tonalità di blu, verde, ocra, rosa e viola, mentre il gioiello più importante della presentazione è uno straordinario collier costruito intorno a un diamante eccezionale quale l’Okavango Blue da 20,46 carati.

Chanel compie un’operazione diversa. Signes & Symboles è la collezione più cromatica mai realizzata dalla Maison, ma il colore è inseparabile dal racconto: leone, camelia, stella e sole diventano talismani e strutture costruite attraverso pietre preziose e dure, con accostamenti spesso inattesi.

Pomellato, attraverso la collezione Stile Libero, esalta l’armonia cromatica e la libertà compositiva. Dior utilizza il colore quasi come materia pittorica, anche attraverso doublet e lacca. Hermès, con Pierre Hardy, sceglie invece le pietre per il rapporto che instaurano tra loro e con la forma, più che per la rarità considerata isolatamente.


A Parigi il colore non era quindi un semplice elemento decorativo: era uno strumento di costruzione.
Chaumet ha portato questa ricerca in una direzione ancora diversa?
Sì, ed è stata una delle collezioni che mi ha sorpresa di più.
Con A Journey through Nature, Chaumet non si limita a rappresentare fiori, erbe o piante. Cerca di tradurre sensazioni più elusive: freschezza, profumi, spezie, tè, umidità, calore. Le gemme vengono scelte anche per la loro capacità evocativa, non soltanto per colore o rarità.

Trovo affascinante il tentativo di trasformare qualcosa di invisibile come un odore o un sentore in materia, colore e volume. In questo caso il racconto non accompagna il gioiello: ne orienta davvero la concezione.
Un altro territorio particolarmente fertile sembra essere stato quello dell’incastonatura. Che ruolo ha avuto nelle presentazioni di Haute Joaillerie?
Per alcune Maison il sertissage diventa parte riconoscibile dell’estetica.
Van Cleef & Arpels continua a dimostrare l’attualità del Serti Mystérieux, brevettato nel 1933. Nella spilla Fleur de lotus Mystérieuse il metallo scompare alla vista e i rubini formano una superficie continua, quasi vellutata.

Pomellato segue una filosofia opposta con il Serti Libre, che rinuncia alla rigidità geometrica per ottenere una disposizione più spontanea delle pietre.
Repossi, con Serti sur Vide, riduce invece la montatura al minimo, facendo apparire le gemme quasi sospese sulla pelle. Le tredici nuove creazioni ampliano inoltre il lessico della collezione con diamanti colorati, nuove forme e portés meno convenzionali.

Boucheron porta il discorso su un altro piano. In Human Being, la Direttrice Creativa Claire Choisne mantiene invariato l’archetipo del collier cluster e lo interpreta cinque volte attraverso materiali e savoir-faire differenti: cristallo di rocca, micro-miniatura, incisione glittica, nuovi sistemi di incastonatura e lavorazioni sperimentali. Al centro del discorso è la persona con tutte le sue diversità e sfaccettature.

Anche il taglio della pietra sembra essere entrato più direttamente nel processo creativo. In che modo ha influenzato il design dei gioielli?
Anna Hu, ad esempio, ha recuperato intenzionalmente il cabochon. Nel Jardin Émeraude de Monte-Carlo cinque grandi smeraldi zambiani, per 113,5 carati complessivi, sono stati scelti proprio per la profondità del colore e la presenza vellutata e bombata che questo taglio restituisce alla gemma.

Zambia, diamanti taglio brillante
Dal canto suo, Serendipity ha sviluppato un taglio nuovo: L’Eiffel Cut, realizzato insieme ai maestri tagliatori di pietre di Idar-Oberstein. Questo particolare taglio nasce dalla geometria ottagonale della Torre Eiffel osservata dal basso e da un’architettura di faccette pensata per intervenire sul comportamento della luce.

Cora Sheibani, che ha presentato le sue creazioni presso Christie’s a Parigi, ha affrontato il tema quasi dal punto di vista storico e scientifico. Con Yoram Finkelstein ha studiato l’evoluzione dei tagli e il rapporto fra geometria e luce. Nell’anello Facets and Forms – Timeline riunisce dodici diamanti con dodici tagli differenti, mantenendo leggibile il profilo di ciascuno attraverso una struttura costruita appositamente.

Tre approcci molto diversi che riportano l’attenzione su un aspetto fondamentale: la creatività può cominciare già nel modo in cui viene lavorata la pietra.
In mezzo a tanta sperimentazione, alcune Maison scelgono invece una forte continuità.
Buccellati ne è un esempio molto convincente.
La collezione Serenissima rimane profondamente fedele alla tradizione della Maison. Il merletto di Burano viene tradotto attraverso traforo, nido d’ape, incisione a bulino, Modellato, Rigato e incatenature che trasformano il metallo fino a conferirgli visivamente la delicatezza di un tessuto.
La presenza della tiara tra le creazioni è interessante, perché recupera una tipologia cerimoniale che sta tornando a essere richiesta dalla clientela.

Tiffany & Co. affronta l’heritage in modo diverso. In Hidden Garden, Nathalie Verdeille riprende il mondo di Jean Schlumberger senza ridurlo a una citazione d’archivio. Il Bird on a Rock continua a evolversi e la Jasmine Necklace, derivata da un disegno del 1962 per Bunny Mellon, dimostra quanto un celebre motivo possa essere ricreato originalmente.

Mellerio offre forse il caso più paradossale: tra le nuove creazioni ha presentato l’ornamento per unghia, derivato da un progetto brevettato nel 1951. L’archivio, a volte, anticipa il presente.

La trasformabilità era molto presente, ma pensi che stia cambiando anche il rapporto fisico tra gioiello e corpo?
La trasformabilità è ormai un tema consolidato, che sta assumendo forme sempre più diverse e articolate.
Van Cleef & Arpels permette di trasferire una pietra da una collana a un anello. Chanel, ad esempio, trasforma parte del collier Symbole Étoile in bracciale. Graff presenta dodici interpretazioni della Butterfly, tutte trasformabili da spilla a pendente e montate en tremblant.

Serendipity lavora da tempo su collane che diventano tiare e clip che si separano in elementi indipendenti.

Sahag Arslanian introduce invece una dimensione partecipativa. Attraverso la collezione Chroma in Motion, il cliente può scegliere il diamante colorato da inserire in silhouette modulari e riconoscibili, abbinando pendenti, orecchini e anelli secondo la propria sensibilità. Il colore diventa così espressione personale all’interno dell’universo estetico del brand.

Hermès porta il discorso sul movimento e sulla relazione tra gioiello e corpo. In Into the Horsescape, Pierre Hardy traduce l’universo equestre senza rappresentarlo direttamente: morso, lazo, staffa e finimenti vengono trasformati in curve, tensioni, articolazioni e strutture flessibili. La flessibilità non è un semplice espediente tecnico, ma una componente del disegno: il gioiello segue il corpo, si apre, si avvolge, si libera, facendo del movimento una vera materia progettuale.

Oro rosa, diamanti nelle sfumature del bianco e del marrone e tre tormaline taglio cabochon di colore marrone-rosa
Un cambiamento interessante è che non solo la forma del gioiello è sempre più trasformabile, ma anche il territorio corporeo al quale viene destinato. Ad esempio, Repossi propone anelli che abbracciano due dita, Mikimoto ha proposto un copricapo spettacolare dalla morbidezza quasi tessile, le spille sono dappertutto e il gioiello ricopre financo le unghie.
Mikimoto, in particolare, ha rinnovato profondamente l’immagine della perla.
In L’Éclat, Mikimoto non cerca di rendere contemporanea la perla attraverso l’irregolarità o l’asimmetria, ma ne ripensa la funzione all’interno del gioiello. Le Akoya, proprio grazie alla loro regolarità, diventano elementi costruttivi con cui creare ritmo, linee, superfici e movimento, mentre le grandi perle bianche dei Mari del Sud diventano il centro generativo della composizione. Diamanti, madreperla, smeraldi, tormaline, zaffiri, acquemarine e tanzaniti non si limitano ad accompagnarle: instaurano un dialogo fra luminosità, trasparenze e intensità cromatiche differenti. È questo, secondo me, a rendere la collezione particolarmente contemporanea.

E lo storytelling, ormai onnipresente nell’Alta Gioielleria?
Ha senso quando lascia una traccia concreta nella creazione.
In Chanel i simboli di Gabrielle Chanel diventano struttura e colore. In Van Cleef & Arpels l’Egitto determina materiali, palette e tecniche. In Damiani un’opera pittorica orienta la ricerca gemmologica. In Chaumet una sensazione olfattiva o tattile viene tradotta attraverso pietre e tonalità.
In questi casi il racconto modifica davvero materia, forma e costruzione, cessando di essere una semplice comunicazione.
Quali sono state le vere sorprese di Parigi?
Boucheron sicuramente, per la capacità di continuare a innovare senza ripetere formule già sperimentate. Human Being parte da una forma convenzionale e dimostra quanto possa essere trasformata attraverso il savoir-faire e la potenza del racconto. Chaumet mi ha sorpresa per un motivo completamente diverso: tradurre odori e sentori in gioielli significa partire da qualcosa di invisibile e trovare un equivalente nella materia.
Mikimoto per aver rinnovato la perla senza snaturarla. Mellerio per aver riportato nel presente un’idea del 1951 con una forza inattesa.
E Nikos Koulis, perché allarga il territorio stesso del gioielliere. Con 77 introduce l’acetato di cellulosa effetto tartaruga in dialogo con oro e diamanti; con moNO porta il proprio universo verso oggetti scultorei e elementi di arredo.

Sono sorprese molto differenti, ma tutte spostano almeno un confine: tecnico, sensoriale, tipologico o materiale.
Se dovessi condensare Parigi 2026 in una sola considerazione?
Le grandi gemme, le Big Four, il savoir-faire e l’heritage mantengono intatto il loro valore. È cambiato soprattutto quel che può convivere con questi pilastri.
Una pietra ornamentale può assumere un ruolo determinante nella composizione. Un diamante grezzo può essere valorizzato per la propria forma naturale. Un cabochon può essere scelto per la profondità che restituisce al colore, mentre un taglio appena ideato può diventare il punto di partenza della creazione. La montatura può quasi scomparire oppure diventare protagonista della ricerca. Una perla perfettamente sferica può apparire inaspettatamente nuova.
Il gioiello, infine, può trasformarsi, sovrapporsi, attraversare due dita, occupare un’unghia, scendere fra i capelli o recuperare la ritualità della tiara.
Parigi 2026 non ha imposto un nuovo codice dell’Alta Gioielleria. Ha ampliato quelli possibili.
Articolo a cura di Fabio Tocco
Editore Roma Exclusive








