Dai ponteggi dei Musei Vaticani alla pelle delle donne rinate dopo una mastectomia. Incontro con Federico Costantini, il maestro d’arte che ha bandito lo stencil per dipingere il dinamismo della vita direttamente sui corpi. C’è un odore strano a Pomezia, se entri all’ Elegant Goat. Non è il classico sentore chimico da studio di tatuaggi; sa di olio di lino, di galleria d’arte, di bottega rinascimentale. Lì dentro si muove Federico Costantini, un passato tra i marmi e i silenzi del Vaticano e un presente che lo vede tra i cento tatuatori più influenti del pianeta. Ma chiamarlo tatuatore è riduttivo. Costantini è un restauratore di storie interrotte. Uno che usa l’ago come un pennello e la tela, per lui, è un reperto vivo. Lo abbiamo incontrato prima del suo volo per SoHo.

Dai restauri dei soffitti del ’500 nei Musei Vaticani alla pelle umana. Come si passa dalla cura del patrimonio artistico globale a quella di un corpo?
Il mio animo ribelle ed anticonformista non mi ha permesso di continuare a frequentare gli ambienti ecclesiastici, ma mi ha dato la possibilità di conoscere meglio le mie doti artistiche. Qualche anno di lavori generici e poi di nuovo la chiamata all’arte, questa volta dal lato opposto, quello più underground. Le due esperienze unite insieme, mi hanno dato la possibilità di unire il sacro al profano e soprattutto di approfondire diverse tecniche, giocando con i diversi tessuti della pelle.
Il suo lavoro oggi si spinge dove la medicina si ferma, mimetizzando i segni di mastectomie o addominoplastiche.

Dai restauri dei soffitti del ’500 nei Musei Vaticani alla pelle umana. Come si passa dalla cura del patrimonio artistico globale a quella di un corpo?
Il mio animo ribelle ed anticonformista non mi ha permesso di continuare a frequentare gli ambienti ecclesiastici, ma mi ha dato la possibilità di conoscere meglio le mie doti artistiche. Qualche anno di lavori generici e poi di nuovo la chiamata all’arte, questa volta dal lato opposto, quello più underground. Le due esperienze unite insieme, mi hanno dato la possibilità di unire il sacro al profano e soprattutto di approfondire diverse tecniche, giocando con i diversi tessuti della pelle.
Il suo lavoro oggi si spinge dove la medicina si ferma, mimetizzando i segni di mastectomie o addominoplastiche. Che tipo di responsabilità si avverte nel trasformare un trauma visivo in un’opera d’arte?
La responsabilità che più avverto è quella di non deludere le aspettative perché di solito non è possibile tornare indietro e soprattutto perché ci sono dei blocchi emotivi che sento di dover alleggerire e riequilibrare per quanto io più possa.

Quanto c’è della grande tradizione caravallesca in questo spazio?
All’Elegant Goat si respira arte e voglia di creare arte . Come dicevo prima, non smetto mai di studiare, ne io ne tutti gli artisti del mio team , se al classicismo dell’olio, delle matite e dei carboncini ci aggiungiamo un pizzico di rottura temporanea con troppe regole e convenzioni sociali , allora troviamo l’elegant goat tattoo gallery.

Oggi lei è ospite fisso nei network d’élite di Los Angeles e sta pianificando una mostra a SoHo con i giganti di New York. Cosa porta della maestosità di Roma all’estero e perché, alla fine, sceglie sempre di tornare nel Lazio?
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