Un luogo, una galleria e un modo profondamente umano di raccontare l’arte. La prima tappa de La Cultura dello Stile parte da Porto Cervo.

Ci sono progetti che senti vicini ancora prima di iniziare a raccontarli.

Quando Roma Exclusive mi ha dato l’opportunità di curare una rubrica tutta mia, ho pensato subito a un’idea a cui tengo profondamente: la cultura dello stile.

Ho sempre creduto che lo stile non appartenesse soltanto alla moda.
Per me è uno sguardo.

Un modo di osservare i luoghi, incontrare le persone, attraversare l’arte e riconoscere la bellezza anche dove, forse, non  stavamo cercando.

È da questo sguardo che nasce La Cultura dello Stile.

Un viaggio tra luoghi, persone e visioni, alla ricerca delle infinite forme che lo stile può assumere.
La prima tappa mi ha portata a Porto Cervo.

E dentro lo sguardo di Emanuele Lamaro.

Un altro sguardo su Porto Cervo

Piazza del Principe è uno di quei luoghi che sembrano chiederti di rallentare.

Nata dalla visione dell’architetto Jean-Claude Lesuisse, è uno spazio in cui l’architettura sembra seguire le forme del paesaggio, creando un dialogo naturale tra materia, luce e territorio.

Ed è proprio qui che ha trovato casa la Tender Art Gallery.

Ad accogliermi è Emanuele Lamaro, curatore, gallerista e art advisor.

Sono arrivata per raccontare la sua galleria. Ma, ascoltandolo, ho capito quasi subito che avrei raccontato soprattutto il suo sguardo.

Prima dell’opera, l’artista

C’è una cosa che mi ha colpita profondamente nel modo in cui Emanuele racconta l’arte.
Quando parla di un’opera, raramente parte da ciò che abbiamo davanti agli occhi.

Parte dall’artista.

Dalla persona. Dalla sua storia. Dal gesto. Da ciò che l’ha portata a scegliere una materia, una tecnica, un linguaggio.

È forse proprio qui che si comprende la sua ricerca.

La Tender Art Gallery mette in dialogo mondi e linguaggi di artisti profondamente diversi.

Eppure, nelle scelte di Emanuele, ritorna sempre un filo invisibile.

L’autenticità.

Il tempo.
Il gesto.
La mano di chi crea.

In un mondo sempre più tecnologico, Emanuele continua a cercare qualcosa di profondamente umano.

L’anima. L’amore. La passione per ciò che si realizza.

Ed è ascoltandolo raccontare gli artisti che questo pensiero prende forma.

Mondi diversi, uniti dall’autenticità

Emanuele mi parla di Fabio Comelli e di un sapere antico che trova una nuova espressione nel contemporaneo.

Quello del fabbro.

Il metallo viene lavorato, trasformato, modellato fino a dare forma a opere ispirate alle grandi icone dell’automobilismo.

Davanti a una delle sue creazioni ispirate all’Alfa Romeo, smetto quasi di guardare soltanto la forma.

Penso alle mani. Al metallo. Al mestiere.

A tutto il tempo che esiste prima dell’opera finita.

Poi, improvvisamente, il linguaggio cambia.

Entro nell’universo di Alessandro De Gasperi e nel suo immaginario legato al mondo dei manga.

Il colore, la cultura pop, i codici di una memoria visiva generazionale entrano nell’arte contemporanea e costruiscono un mondo immediato, energico, quasi istintivo.

È lontanissimo da ciò che ho appena osservato.

Ed è proprio questo ad affascinarmi.

Poi ci sono le farfalle di Annalù.

La sua ricerca attraversa la metamorfosi e la trasformazione della materia. Nei suoi Dreamcatchers, geometria, resina e vetro di Murano danno vita a composizioni sospese, in cui la materia sembra quasi perdere peso e trasformarsi in luce.

È davanti a una delle sue opere che il mio sguardo si ferma.

Prima ancora di conoscerne la storia. Continuavo semplicemente a guardarla.

A volte sentiamo un’opera prima ancora di comprenderla.

E poi l’arte esce dalla galleria.

Con Andrea Roggi e Mare Nostrum, la scultura incontra il paesaggio mediterraneo.

Le opere monumentali entrano in dialogo con la Sardegna, con il mare e con la luce, trasformando il territorio in un percorso d’arte a cielo aperto.

Il metallo e l’automobile. L’immaginario manga.

La metamorfosi e la leggerezza.

La scultura monumentale e il Mediterraneo.

Mondi apparentemente lontani.

Eppure, attraverso lo sguardo di Emanuele, ritorna sempre la stessa ricerca.

La mano.

Il gesto.

Il tempo.

L’autenticità.

Ed è questo che trovo affascinante nel suo modo di raccontare l’arte: Emanuele riesce sempre a riportarti alla persona che esiste dietro ciò che stai guardando.

L’opera smette di essere soltanto qualcosa da osservare.

Diventa una storia umana.

L’arte come incontro

Ed è forse qui che il progetto di Emanuele Lamaro acquista il suo significato più profondo.
Durante l’estate, gli artisti arriveranno a Porto Cervo per incontrare il pubblico, presentare le proprie opere e raccontare ciò che vive dietro ogni lavoro.
Non soltanto mostrare.

Raccontarsi.

Condividere la materia, il gesto, il pensiero.

Tutto ciò che noi non possiamo vedere quando ci fermiamo, per la prima volta, davanti a un’opera.

Perché conoscere la storia di un’opera, forse, non cambia l’opera stessa.

Cambia il nostro modo di guardarla.

Ed è anche questo, per me, fare cultura dello stile.

Lasciarsi contaminare da mondi diversi dal nostro.

Un luogo da conoscere a Porto Cervo

Se questa estate passerete da Porto Cervo, arrivate fino a Piazza del Principe.

Entrate alla Tender Art Gallery.

Ma soprattutto, fatevi raccontare una storia.

Perché dietro una scultura, una materia, un colore o un gesto può nascondersi un intero mondo.

E magari, mentre state semplicemente osservando, succederà anche a voi.

Sarà un’opera a scegliere voi.

Prima di andare via, avevo ancora una domanda per Emanuele.

La domanda con cui voglio attraversare luoghi, persone e visioni in questa nuova rubrica.

 

Emanuele, nel tuo mondo, che forma prende lo stile?

La sua risposta parte dall’eleganza e dalla semplicità.

Ma, ascoltandolo, capisco presto che il suo pensiero va oltre l’estetica.

Per Emanuele lo stile è, prima di tutto, il coraggio di essere se stessi.

Di riconoscere la propria identità e avere la forza di esprimerla. Senza inseguire necessariamente ciò che è già stato scelto, raccontato o approvato dagli altri.

È avere una propria prospettiva.

Un punto di vista sul mondo.

E forse è proprio la prospettiva a rendere lo stile qualcosa di così personale: due persone possono osservare la stessa opera, attraversare lo stesso luogo, trovarsi davanti alla stessa bellezza e vedere cose completamente diverse.

Lo stile vive anche lì.

Nel modo in cui scegliamo di guardare.

Nella sensibilità con cui interpretiamo ciò che ci circonda e nel coraggio di restare fedeli alla nostra visione.

Ed è impossibile non ritrovare, nelle sue parole, lo stesso Emanuele che ho incontrato attraversando la galleria.

Un uomo capace di mettere in dialogo artisti e linguaggi lontani senza cercare di renderli simili. Perché ciò che lo interessa non è l’uniformità.

È l’identità.

La voce di chi crea. La sua storia. Il suo modo, unico, di vedere il mondo.

Forse lo stile non è avere una risposta uguale per tutti.

Forse è avere il coraggio di costruire la propria.

Con eleganza. Con semplicità. Ma, soprattutto, con una prospettiva autenticamente nostra.

Ed è proprio qui che, per me, arte e stile tornano a incontrarsi.

Nel coraggio di essere se stessi.

Intervista a cura di Veronica Corsi

Fabio Tocco
Editore Roma Exclusive