Non chiamatela semplicemente attrice, né solo giornalista. Barbara De Nuntis è un’intellettuale militante che ha scelto di usare la parola e l’immagine come bisturi per incidere la realtà. Con una laurea con lode in Lingue alla Sapienza e una carriera che spazia dal cinema d’autore al podcasting d’inchiesta, ha fatto della “responsabilità narrativa” il suo marchio di fabbrica. L’abbiamo incontrata per parlare di donne, di Roma e di quella sottile linea che separa la manipolazione dalla libertà.

Barbara, lei ha trasformato il suo percorso artistico in una vera e propria missione civile. In che modo il cinema e il podcast riescono a indagare le “radici invisibili” della manipolazione e della violenza meglio della cronaca tradizionale?

La cronaca racconta il fatto, ma spesso non ha il tempo di attraversare il silenzio che lo precede. Il cinema e il podcast, invece, possono entrare nelle zone invisibili: la fragilità emotiva, la dipendenza affettiva, la manipolazione sottile che lentamente altera la percezione di sé. Con “Amnesia” e con “Sintonia Barbara” ho cercato proprio questo: non fermarmi all’evento traumatico, ma interrogare ciò che accade prima, dentro, attorno. Credo che la narrazione abbia il dovere di creare consapevolezza, non soltanto informazione.

Viene definita una “voce necessaria” nel dibattito sulla sicurezza e l’autodeterminazione femminile. Qual è la sfida più grande nel dare voce a temi così complessi senza cadere nella retorica?

La sfida più grande è restare autentici. Quando si affrontano temi delicati, il rischio della retorica nasce nel momento in cui si smette di ascoltare le persone reali. Io cerco sempre di partire dall’esperienza umana, dalla complessità delle emozioni, senza slogan e senza semplificazioni. Non mi interessa impartire lezioni, ma aprire spazi di riflessione. La vulnerabilità, se raccontata con verità, diventa uno strumento di forza collettiva.

La sua carriera dimostra che la cultura è la forma più alta di impegno civile. In un’epoca di contenuti rapidi, come può la profondità tornare a essere un valore “pop”?

Credo che le persone abbiano ancora un grande bisogno di profondità, ma desiderano trovarla in linguaggi accessibili e sinceri. La cultura non deve essere percepita come distante o elitaria. Oggi il vero gesto rivoluzionario è creare contenuti che abbiano anima, che lascino una domanda aperta invece di consumarsi nello spazio di pochi secondi. La profondità può tornare pop se smette di avere paura dell’emozione e dell’empatia.

Il suo debutto è avvenuto con un maestro come Dino Risi. Qual è la lezione più importante che ha portato con sé da quegli esordi fino alla conduzione de “La Gravità del Superfluo” su Rai Cultura?

Da Dino Risi ho imparato il valore dello sguardo: osservare l’essere umano senza giudicarlo mai. Aveva una lucidità straordinaria, ma anche una grande ironia, che gli permetteva di raccontare la società in profondità. Quella lezione mi accompagna ancora oggi, sia nel lavoro artistico che nel giornalismo: non fermarsi mai alla superficie delle cose. Anche “La Gravità del Superfluo” nasce da questa esigenza, dal desiderio di interrogare ciò che apparentemente è marginale ma che, in realtà, racconta il nostro tempo.

Come giornalista e attrice che vive Roma intensamente, come descriverebbe l’attuale fermento intellettuale della città? Esiste un “modello romano”?

Roma vive di contraddizioni fertili. È una città che può essere dispersiva, ma proprio per questo genera incontri imprevedibili e contaminazioni culturali continue. Il suo fermento intellettuale nasce dalla convivenza tra memoria e inquietudine contemporanea. Se esiste un “modello romano”, credo sia nella capacità di unire bellezza e disincanto, arte e quotidianità, senza perdere umanità. Roma ti obbliga a confrontarti con il tempo, con la storia, e anche con le tue fragilità.

Per un magazine come Roma Exclusive, l’esclusività è prestigio. Lei crede che la vera “esclusività” risieda nella capacità di scegliere l’autodeterminazione?

Assolutamente sì. Oggi la vera esclusività non è apparire, ma scegliere chi essere, senza lasciarsi definire dagli sguardi esterni o dalle aspettative sociali. L’autodeterminazione è un atto profondamente elegante, perché richiede consapevolezza, studio, coraggio e responsabilità. Credo che una donna libera sia la forma più autentica di prestigio contemporaneo.

Roma è lo sfondo della sua evoluzione. C’è un luogo fisico che incarna per lei l’idea di “responsabilità narrativa”?

Per me quel luogo è la Sapienza. Non solo come università, ma come simbolo del valore dello studio e della costruzione del pensiero critico. È lì che ho compreso che le parole hanno un peso e che raccontare significa assumersi una responsabilità verso gli altri. Ogni narrazione, soprattutto oggi, contribuisce a costruire immaginari collettivi. Ecco perché considero la cultura non un privilegio, ma un dovere civile.

Intervista a cura di Alessandra Ventimiglia Pieri
Fabio Tocco
Editore Roma Exclusive