Il 21 aprile 1954, in apertura della Conferenza Interparlamentare Europea, tenutasi a Parigi, il grande statista italiano Alcide De Gasperi, nel suo discorso introduttivo in qualità di presidente della conferenza, gettava le basi per la reale costruzione dell’Europa delle nazioni, enunciando per la prima volta il concetto di una patria comune dei paesi europei, proferendo l’ormai storico slogan: ”LA NOSTRA PATRIA EUROPA”. La nascita dell’Europa delle nazioni, avveniva nei primi anni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale, ambizioso e lungimirante progetto voluto e portato avanti particolarmente dai grandi statisti di Italia, Francia, Germania e Belgio, con l’obiettivo principale la ricostruzione dei Paesi disastrati dal conflitto mondiale e la cooperazione dei popoli.

Nel discorso di De Gasperi risultarono particolarmente attrattivi i concetti fondanti dell’Europa Unita, i cui capisaldi dovevano radicarsi su grandi ideali quali: LIBERTA’, GIUSTIZIA e PACE. La garanzia di avere la salvaguardia dei propri confini e la sovranità dei Paesi aderenti, passava attraverso uno sforzo unitario di salvaguardia dei confini geografici e politici definito dal perimetro dei Paesi aderenti, creando una Comunità di Difesa comune. Le alleanze difensive e soprattutto gli armamenti che ne sono la diretta conseguenza, costituiscono una dura necessità preliminare, infatti, non è possibile realizzare l’edificio della Comunità Europea, senza aver prima tracciato il perimetro dell’area da difendere. La difesa dell’Europa passava dalla istituzione di un esercito comune, con la produzione di armamenti comuni, pertanto alla realizzazione di tale progetto si opponeva la Francia che non “gradiva” avere il riarmo della Germania, uscita sconfitta nella sua idea hitleriana e imperialista.

Il contesto in cui si muoveva la costituzione dell’Europa delle nazioni, risentiva degli effetti della seconda guerra mondiale, e si avvertiva il rischio di avere ai propri confini l’Unione Sovietica e, l’esigenza di avere una forza militare comune a guardia dei propri confini terrestri, marittimi e aerei. Il Consiglio d’Europa, riunito a Strasburgo, votò una mozione a favore della costituzione di un esercito europeo, con la NATO che apertamente sollecitava il riarmo e la partecipazione militare anche della Germania, forzando la mano alla Francia, che in sede atlantica si era opposta strenuamente al riarmo.

La realizzazione della Comunità Europea di Difesa (CED) si trascinò senza risultati rilevanti per parecchio tempo e, su proposta del governo italiano, si chiedeva di istituire un’assemblea per la gestione dell’esercito integrato. La proposta italiana non sortì grandi effetti, soprattutto per i dissidi franco-tedesco, che furono risolti solo dall’ultimatum americano, il quale minacciava di armare un esercito tedesco se non si fosse firmato al più presto il patto istitutivo della CED. Il patto venne firmato il 27 maggio 1952, restituendo alla Germania la piena sovranità nazionale, fermo restando che veniva lasciato ai parlamenti nazionali l’ultima parola per l’accettazione del trattato della CED. L’Assemblea Nazionale francese rigettò il trattato il 30 agosto 1954 e, sulla scia del pronunciamento francese, anche l’Italia non sottoscrisse il trattato, pertanto la Comunità Europea di Difesa, organismo previsto dal trattato firmato nel 1952 non è entrato mai in vigore. La soluzione al riarmo tedesco viene trovata successivamente, consentendo alla Germania Ovest di ricostituire un proprio esercito con limitazioni nel numero di soldati e di armi. Appare evidente che nel trascorrere di 70 anni, il problema della mancanza di un organismo CED risulta essere ancora più pressante, alla luce degli scenari di guerra in essere, in quanto certi “appetiti” espansionistici sono sempre presenti e minacciano l’Europa. Rappresentano la realtà l’invasione della Crimea da parte della Russia, con la successiva invasione dell’Ucraina. La richiesta pressante di ingresso nella NATO nel 2004 da parte della Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia; nuova richiesta nel 2009 da parte dell’Albania e della Croazia, seguite nel 2017 dal Montenegro, e nel 2020 dalla Macedonia del Nord; le ultime adesioni sono avvenute nel 2024 con la Svezia e la Finlandia, perché si sentivano minacciate ai loro confini dalla Russia.

Il futuro della “NOSTRA PATRIA EUROPA” passa da un radicale cambio di passo, basta con l’Europa dei banchieri e dei burocrati, basta con il perdere tempo imponendo alle nazioni sovrane le farine di grillo o altre diavolerie, basta con una politica del green a tutti i costi, facendo perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro, basta con l’ingresso nella comunità europea di nazioni che entrano con l’intento di usare l’Europa come il Bancomat per prendere, senza offrire nulla in cambio, basta con l’immobilismo determinato dai veti di questo o quell’altro Stato, la gestione democratica deve avvenire non con l’unanimismo ad ogni costo, ma con l’approvare dei provvedimenti con il formarsi delle maggioranze politiche e programmatiche.

Il rapporto sul futuro della competitività europea di Mario Draghi, ha messo a nudo le criticità che si porta dietro questa Europa, consapevoli di essere europeisti convinti, ma altrettanto consapevoli che questa Europa, così come è oggi strutturata non piace, ma se siamo convinti che la “ricetta” Draghi è la strada maestra per il cambio di passo, senza ulteriori tentennamenti si proceda, prima che il sovranismo sfrenato mini alla radice il sogno degli “STATI UNITI D’EUROPA”.
In collaborazione con Rinascimento Magazine
Articolo a cura del Prof. Alessandro Calabrese









