La sera del 7 dicembre Milano si è data appuntamento davanti al Teatro alla Scala, trasformando una data di calendario in un rito collettivo.
L’inaugurazione della stagione 2025/26 è stata sorprendente. Sul palco, una scelta tutt’altro che accomodante: Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovič, l’opera che nel 1936 fu messa all’indice da Stalin e che mai, fino a oggi, era stata chiamata ad aprire l’anno scaligero.

La Prima di quest’anno è soprattutto la Prima dell’assenza. mancano due importanti figure che hanno contribuito a disegnare l’immaginario del Piermarini: Giorgio Armani e Ornella Vanoni, scomparsi a pochi mesi di distanza. L’aria che si respira è sospesa tra nostalgia e desiderio di continuità.

Circa duemila spettatori occupano ogni ordine del teatro, nuovo record per la serata inaugurale, per una serata che racconta ed emoziona.
Šostakovič: omaggio al cinquantenario della scomparsa
La Scala sceglie di inaugurare la stagione rendendo omaggio al cinquantenario della morte di Šostakovič con la versione originale in quattro atti di Lady Macbeth, basata sulla novella di Nikolaj Leskov e scritta insieme al librettista Aleksandr Prejs. Non è un titolo rassicurante, né una trama facile: tradimenti, violenza, desiderio, senso di colpa, in un crescendo che non concede tregua.
Sul podio c’è Riccardo Chailly, alla sua ultima inaugurazione del 7 dicembre come direttore musicale della Scala. La sua lettura sottolinea l’urto della partitura, gli strappi orchestrali, i momenti in cui la musica sembra spezzarsi per poi ricomporsi in frammenti lirici. È una direzione che tiene insieme controllo e rischio, capace di guidare l’orchestra lungo una linea sottile dove l’opera resta fedele a se stessa ma parla al presente.
La regia è del russo Vasily Barkhatov, al debutto in questo teatro. L’azione viene trasportata in un contesto sovietico di metà Novecento, tra sale da ristorante, corridoi, stanze chiuse dove il potere interroga, giudica e punisce. Le scenografie di Zinovy Margolin costruiscono un ambiente cupo, quasi soffocante, in cui i personaggi sembrano sempre osservati, mai davvero liberi.
Al centro di tutto c’è la Katerina Izmajlova del soprano Sara Jakubiak. La sua interpretazione è fisica, tormentata, esposta fino all’ultimo secondo. La voce attraversa la serata come un filo teso, dal desiderio iniziale allo sprofondare nella distruzione finale. Accanto a lei il tenore Yevgeny Akimov, l’uzbeko Najmiddin Mavlyanov, il basso Alexander Roslavets e un cast assemblato con l’idea di affrontare una partitura dura, senza compromessi.
Quando il sipario si chiude, il teatro esplode in applausi lunghi, insistiti, che chiamano più volte alla ribalta cantanti, regista e soprattutto Chailly, salutato come uno dei protagonisti di questa svolta coraggiosa.

Palco reale, red carpet e una città che si specchia alla Scala
Nel palco centrale domina la figura della senatrice a vita Liliana Segre, accolta con una standing ovation intensa, accanto al sindaco di Milano Giuseppe Sala, presidente della Fondazione Teatro alla Scala, e al presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso. A rappresentare il Governo c’è il ministro della Cultura Alessandro Giuli, insieme al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, al prefetto Claudio Sgaraglia, al questore Bruno Megale, agli assessori alla Cultura Francesca Caruso e Tommaso Sacchi. Nel palco reale siede anche Sarah Rogers, Under Secretary for Public Diplomacy del Dipartimento di Stato americano, a sottolineare la dimensione internazionale della serata.
Il nuovo Consiglio di amministrazione è presente al completo: Giovanni Bazoli, Barbara Berlusconi, Diana Bracco, Giacomo Campora, Claudio Descalzi, Marcello Foa, Melania Rizzoli. Rispondono all’invito anche gli ex sovrintendenti Carlo Fontana, Alexander Pereira, Dominique Meyer. Le istituzioni culturali milanesi sono rappresentate dal presidente della Grande Brera Angelo Crespi, da Stefano Boeri per la Triennale, da Ilaria Borletti Buitoni per la Società del Quartetto, da Maria Porro per il Salone del Mobile, da Carlo Capasa per la Camera Nazionale della Moda Italiana. In platea, da habitué, c’è l’artista Francesco Vezzoli.
Danza, musica pop, cinema e un’assenza che si vede
Nel foyer, come sempre, l’occhio corre alle scelte di stile prima ancora di posarsi sui programmi di sala. Per il mondo della danza fa il suo ingresso Roberto Bolle, volto simbolo della Scala, mentre l’étoile Nicoletta Manni è in platea a seguire il marito e collega Timofej Andrijashenko, impegnato sul palcoscenico. Con loro i primi ballerini Antonella Albano, Martina Arduino, Marco Agostino, Claudio Coviello, Nicola Del Freo, Alice Mariani, Virna Toppi, Antonino Sutera, guidati dal direttore del corpo di ballo Frédéric Olivieri.

Dal versante pop e cinema arrivano Mahmood, gli ambassador BMW Achille Lauro e Pierfrancesco Favino, in abito impeccabile accanto ad Anna Ferzetti. Si muovono tra i velluti del foyer figure del giornalismo e della cultura come Alessandro Baricco, Mario Calabresi, Roberto D’Agostino, Linus con la moglie Carlotta, l’ex presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro.
Per il mondo editoriale si vedono Luca Formenton per Il Saggiatore, Massimo Bray per Treccani, Marco Mazzolini per Ricordi, Teresa Cremisi per Adelphi, Elisabetta Sgarbi per La nave di Teseo, Piero Maranghi per Classica HD.
Dal fronte teatrale e musicale arrivano il presidente AGIS Francesco Giambrone, il presidente sovrintendente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia Massimo Biscardi, il regista Damiano Michieletto, la scenografa Margherita Palli, i direttori del Piccolo Teatro Claudio Longhi e Lanfranco Li Cauli, la presidente del Teatro Franco Parenti Andrée Ruth Shammah, la direttrice dell’AsLiCo Barbara Minghetti.
In sala presenti anche protagonisti delle grandi case d’opera europee e internazionali: Elisabeth Sobotka per la Staatsoper di Berlino, Serge Dorny per l’Opera di Monaco, Tobias Kratzer per l’Opera di Amburgo, Oliver Mears per la Royal Opera House di Londra, Joan Matabosch per il Teatro Real di Madrid, Christina Scheppelmann per la Monnaie di Bruxelles, Umberto Fanni per l’Opera di Muscat.
Sullo sfondo di questi nomi, aleggia il fantasma gentile di Giorgio Armani, che per anni ha vestito molte delle signore del 7 dicembre, definendo una grammatica dell’eleganza fatta di linee pulite, colori profondi, dettagli mai gridati. E quello di Ornella Vanoni, presenza costante e appassionata, che quest’anno manca, ma viene ricordata nei racconti, nei saluti, nei sorrisi un po’ più trattenuti.
Dentro il teatro, fuori il teatro: cosa è successo
Come accade spesso, la Prima alla Scala di Milano non vive solo tra palcoscenico e foyer. Fuori, davanti al Piermarini, si muovono i cortei, si alzano striscioni, si ascoltano cori. Ci sono i lavoratori dello spettacolo che chiedono attenzione per il settore, ci sono gruppi pro-Palestina che richiamano le tensioni internazionali e le recenti polemiche legate al caso della maschera licenziata dopo la frase “Palestina libera”. In diversi momenti risuona anche il Va’ pensiero, trasformato in canto di protesta e richiesta di ascolto.
Dentro, invece, la sala si alza in piedi per l’Inno di Mameli diretto da Chailly. La musica si incarica di tenere insieme ciò che fuori sembra dividersi: il peso della storia, le scelte del presente, le assenze che segnano questo 7 dicembre.
Il risultato è una Prima che somiglia a un ritratto dell’Italia di oggi. La memoria di Armani e Vanoni, la presenza di Segre al centro del palco reale, il record di incassi, le proteste all’esterno, il coraggio di aprire la stagione con una partitura scomoda come quella di Šostakovič.
La Scala, ancora una volta, non è solo un teatro d’opera: è uno specchio in cui il Paese, almeno per una notte, si guarda senza filtri.
Articolo a cura di Barbara Guarini
Fabio Tocco
Editore Roma Exclusive









