Un addio che diventa rito e atto d’amore per una delle voci più belle della musica italiana.

Alla camera ardente, un grande cuscino di rose gialle adagiato accanto al feretro ed un nastro verde con un solo nome sopra: Gino, questo l’omaggio di Gino Paoli verso la sua grande amica. Giallo il colore preferito da Ornella: “Ho pensato giallo. Ho vissuto giallo. Ho amato giallo, il colore della gioia e della luce” era la frase con cui Ornella Vanoni dichiarava tutto il suo amore per questo colore.

A poca distanza dal cuscino,  figura un’altra composizione di fiori bianchi, con la scritta Famiglia Paoli, altro omaggio ad Ornella

La città, la folla e la pioggia: San Marco diventa il centro emotivo di Milano

Un velo di pioggia sottile si è posato su Brera mentre la chiesa di San Marco si riempiva ben prima dell’inizio della cerimonia. Era un silenzio denso, quello che avvolgeva l’arrivo del feretro di Ornella Vanoni, spezzato da un applauso lungo, spontaneo, necessario. Un abbraccio collettivo, un gesto che ha unito l’intera città: volti celebri, amici di una vita, figure istituzionali e cittadini rimasti in piedi sul sagrato pur di non mancare.

Nelle prime file sedevano Ron, il sindaco Beppe Sala, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, il ministro Anna Maria Bernini, il questore Bruno Megale e il prefetto Claudio Sgaraglia. Accanto a loro, un parterre che raccontava decenni di musica, televisione e cultura: Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Mara Maionchi, Dori Ghezzi, Gianna Nannini, Iva Zanicchi, Roberto Vecchioni.

Intorno, una folla che cresceva minuto dopo minuto, come se Milano avesse deciso di concentrare in quell’angolo di città tutto l’affetto tenuto in sospeso per anni.

La parola che illumina: l’omelia della fragilità e della verità

La cerimonia, celebrata da don Luigi Garbini, ha intrecciato memoria, musica e introspezione. Le sue parole hanno restituito l’essenza più autentica di Vanoni: “È stata posseduta dalla musica dall’inizio alla fine”, ha ricordato citando il critico Gino Castaldo.
 Ha parlato della fragilità come luogo fertile della creazione, dell’ironia come riflesso di una vulnerabilità che lei non ha mai nascosto, della depressione trasformata in forza espressiva, in canto, in vita.

La chiesa era un unico corpo, sospeso, mentre le corone inviate da Maria De Filippi, Pier Silvio Berlusconi, Silvia Toffanin, dal Piccolo Teatro e dall’artista Francesco Vezzoli aggiungevano una cornice di rispetto sobrio e misurato.

Una musica che diventa voce: Fresu e il momento più intenso

Poi è arrivata la musica, quella che Ornella aveva chiesto per il suo ultimo saluto. Dal fondo della navata è avanzato Paolo Fresu, la tromba stretta in un gesto quasi rituale.
 Prima “L’appuntamento”, poi le note sospese di “Senza fine”, in un crescendo che non lasciava scampo all’emozione. Fresu ha camminato lentamente verso la bara e ha sfiorato il feretro con la mano. Un gesto che non aveva bisogno di parole, forse il più potente dell’intera cerimonia.

La famiglia, la città e l’ultimo applauso a un’icona della musica italiana

Quando la nipote Camilla ha iniziato a cantare “Senza fine, sei un attimo senza fine”, la chiesa si è trasformata in un’unica voce silenziosa. Accanto a lei il fratello Matteo, con un ricordo affettuoso e discreto, ha aggiunto un ritratto privato della nonna.

Poi il feretro è uscito sulle note di “Ma mi…”, suonate all’organo. Fuori, sotto la pioggia, l’applauso è ripartito, più forte, più caldo. Qualcuno ha gridato “Brava Ornella”, come a un concerto. Milano ha dimenticato formalità e distanze: in quell’istante, era solo una platea grata.

Un’eredità che continua a vibrare

Ornella Vanoni ha attraversato quasi settant’anni di musica, teatro, cinema e televisione lasciando il segno con la sua voce inconfondibile, la presenza scenica impossibile da imitare e una fragilità diventata stile. Con il suo timbro vellutato ha trasformato canzoni come “Senza fine”, “L’appuntamento”, “Domani è un altro giorno” in memorie collettive. Ha portato Milano nelle sue interpretazioni e nelle sue ironie, ha raccontato l’amore con una sincerità che pochi hanno avuto il coraggio di esibire.

La sua carriera, iniziata al Piccolo Teatro con Strehler, è stata un ponte tra generazioni, linguaggi, emozioni. E continua a vivere: nelle sue incisioni, nelle reinterpretazioni, nei giovani artisti che la citano con rispetto, nella città che l’ha amata e che lei stessa ha raccontato.

L’addio di San Marco non chiude nulla. La sua voce resta lì, in quella curva di malinconia elegante che solo lei sapeva evocare. Resta nelle parole che ha cantato, nella memoria dei suoi spettacoli, nel modo in cui ha saputo essere libera. 

Una voce che non svanisce, perché parte della cultura italiana, come certi profumi e certe melodie, rimane per sempre.

Articolo di Barbara Guarini

Fabio Tocco
Editore Roma Exclusive