C’è chi fa informazione e chi la inventa. Giovanni Minoli è il secondo caso. Dimentichiamo le noiose rassegne stampa, negli anni ’80, mentre l’Italia si preparava al boom del colore e delle TV private, Minoli ha tirato fuori dal cilindro un programma destinato a cambiare per sempre le regole del gioco: Mixer. Lanciato nel 1980, Mixer non era un semplice rotocalco, era un’operazione di stile che ha elevato il giornalismo a performance. Minoli non voleva solo informare; voleva entrare nel salotto buono del potere e interrogarlo con una telecamera puntata. Il suo coup de théâtre? Il “Faccia a Faccia”. Un’intervista spietata, diretta, dove i giganti, da Gianni Agnelli a Bettino Craxi, si trovavano costretti a scendere dal piedistallo. Minoli li spogliava, metaforicamente, del loro ruolo, rivelando l’uomo dietro la maschera. Non si trattava di un semplice dialogo, ma di un duello intellettuale che teneva incollati milioni di spettatori. Mixer è stato lo specchio degli anni ’80 e ’90, un cult che raccontava in tempo reale le luci, le ombre e gli scandali che hanno plasmato la nostra società. Era l’unico luogo dove l’attualità non era solo trattata, ma analizzata con una precisione quasi chirurgica e un tocco di glamour. L’eredità di Minoli è chiara: la sua formula, così tecnica eppure così avvincente, ha creato un modello eterno di giornalismo televisivo. Ancora oggi, ogni intervista d’impatto gli deve qualcosa. Minoli non ha solo condotto un programma, ha dato un ritmo e un volto all’informazione italiana, dimostrando che la verità, se raccontata bene, è la storia più chic di tutte.
Intervista a cura di Alessandra Ventimiglia Pieri
Fabio Tocco
Editore Roma Exclusive









